Boris Torres: il mondo che abitano

Per Boris Torres la pittura nasce spesso da questo passaggio: un fotogramma, una fotografia, un corpo, qualcosa visto molti anni prima ritorna e chiede di essere guardato di nuovo. Non per essere riprodotto, ma per diventare altro. Una memoria reinventata, una storia possibile, uno spazio in cui desiderio e vulnerabilità possono finalmente convivere.

Le immagini di Boris Torres sembrano arrivare da un tempo che conosciamo, ma che non riusciamo a collocare. Sono intime e insieme esposte, sensuali senza essere soltanto erotiche. Ci invitano a guardare e, quasi nello stesso momento, ci ricordano che anche il nostro sguardo racconta qualcosa di noi.

Forse è proprio questo che rende la pittura di Boris Torres così personale: nel tentativo di dare forma a ciò che desideriamo, finiamo per rivelare ciò che siamo o forse perchè un’immagine non ci appartiene mai davvero fino a quando non la trasformiamo.

Molti dei tuoi dipinti sembrano più ricordi che immagini. Ti interessa documentare un momento o reinventarlo?

Penso ai miei dipinti come al tentativo di ricordare un sogno. Per riuscire a recuperarlo a partire da un’immagine già esistente, devo inevitabilmente reinventarlo. E c’è sempre qualcosa che rimane sconosciuto, impossibile da afferrare.

Lavori spesso a partire da fotogrammi cinematografici, fotografie e immagini trovate. Quando l’immagine di qualcun altro diventa la tua storia?

Sì, una parte del mio lavoro nasce dalle immagini che ho raccolto nel corso degli anni: fotogrammi di film, fotografie e immagini trovate online. Nel momento in cui inizio a dipingerle o a disegnarle, però, diventano mie perché iniziano ad assumere un aspetto e una presenza diversi. Anche quando alcuni elementi della tavolozza cromatica o della composizione rimangono gli stessi, l’immagine si trasforma in una nuova storia, capace di parlare un linguaggio differente.

I tuoi soggetti sono spesso sospesi tra esposizione e intimità. Pensi che la vulnerabilità sia qualcosa che scegliamo o qualcosa che accade quando siamo davvero visti?

Il lavoro che realizzo nasce da parti autentiche di me, da ciò che sono davvero. Quando viene liquidato o respinto, ne soffro.

È in quei momenti che mi sento esposto e vulnerabile, perché ciò che conosco e in cui credo viene improvvisamente messo in discussione.

Con il passare degli anni, però, mi sento sempre più a mio agio nel mondo e con me stesso. Ogni anno che passa porta via un po’ del peso delle mie insicurezze. Forse la vulnerabilità è proprio ciò che resta quando c’è sempre meno da nascondere, quando si è finalmente sicuri di chi si è.

Il cinema sembra perseguitare il tuo lavoro. Ci sono film a cui ritorni non perché li ami, ma perché continuano a porti domande irrisolte?

Sì, il cinema è stato spesso una fonte di ispirazione. Sono cresciuto a Piñas, una piccola città dell’Ecuador che aveva uno splendido cinema, e passavo moltissimo tempo a guardare qualsiasi cosa: dai film di Pasolini ai kung fu movie, fino ai grandi classici di Hollywood.

Quelle immagini sono rimaste con me. Ancora oggi riesco a vedere nitidamente molti di quei fotogrammi nella mia mente. Senza rendermene conto, il cinema mi ha insegnato la composizione, la luce, l’atmosfera e il modo in cui si costruisce un’emozione visiva.

Fin da quando ero un giovane artista ho tratto ispirazione dai film di Jean-Claude Cadinot, così come da altri film e immagini di carattere erotico, opere che continuo a rivedere e a riscoprire nel corso degli anni.

Molti artisti parlano di rappresentazione. Il tuo lavoro sembra spesso più interessato al desiderio in sé. Cosa ti interessa di più: chi viene rappresentato o il modo in cui lo guardiamo?

Entrambi gli aspetti sono importanti. Nei ritratti che dipingo dal vero, ad esempio, conta soprattutto chi viene rappresentato. Al contrario, nei lavori che nascono da immagini già esistenti, mi interessa interrogare ciò che stiamo guardando.

Non so se uno dei due aspetti mi interessi più dell’altro, o se per me abbia davvero importanza stabilire una gerarchia. Credo però che il desiderio sia sempre stato presente nell’arte.

Per me fare arte è un processo intuitivo, che può svilupparsi in direzioni diverse. A volte tutto nasce dal desiderio, da una sensazione provocata da un’immagine che mi seduce, che sia erotica oppure no.

Rivelarlo non è sempre semplice, perché l’arte porta alla luce verità sull’artista. Da giovane, i miei desideri mi sembravano perversi, peccaminosi, tossici: erano tutte quelle parti di me che avevo imparato a non abitare, a non amare.

Fare arte è diventato il modo per esporre quei sentimenti alla luce. È come togliere una benda da una ferita, permetterle di respirare e di diventare più forte. Con il tempo ho capito che proprio ciò che mi era stato insegnato a nascondere era spesso la parte più autentica di me. In questo senso, il desiderio non è soltanto un tema del mio lavoro: è anche ciò che lo guida.

Nei tuoi dipinti si avverte un forte senso di nostalgia e di desiderio. Pensi che il desiderio sia qualcosa da superare oppure qualcosa che valga la pena preservare?

Per me il desiderio trova compimento attraverso il processo creativo. Realizzare un dipinto, ad esempio, significa attraversare un sentimento, un’attrazione, un’ossessione.

Nel momento in cui creo, qualcosa che dentro di me era rimasto irrisolto trova finalmente uno spazio in cui esistere, al di fuori di me. Il dipinto diventa così la traccia di quel sentimento, in attesa di essere vissuto ancora una volta.

Il tuo lavoro invita lo spettatore a guardare, ma gli ricorda anche che guardare non è mai un atto innocente. Che ruolo ha il voyeurismo nella tua pratica?

Una parte del mio lavoro è molto esplicita. L’ho definita persino pornografica, una parola che nel mondo dell’arte continua a essere poco gradita.

Ciò che mi interessa è portare quelle immagini in uno spazio pubblico, dove non possano più essere consumate in modo privato o anonimo. In quel contesto lo spettatore prende coscienza del proprio sguardo, ed è proprio questa consapevolezza a generare disagio. È un disagio che mi interessa.

In un certo senso, quelle immagini dicono “fuck you” all’imbarazzo, al senso di colpa e al giudizio che così spesso circondano la sessualità, i nostri feticismi e quei desideri che molti di noi hanno imparato a temere o a reprimere. Credo ci sia qualcosa di profondamente liberatorio nel portarli allo scoperto e renderli visibili.

Allo stesso tempo, questo mette in luce la tensione tra desiderio e vergogna, tra ciò che siamo disposti a riconoscere pubblicamente e ciò che preferiamo tenere nascosto. È in questo senso che il voyeurismo entra nel mio lavoro: lo spettatore è invitato a guardare, ma anche a prendere coscienza del fatto che sta guardando, restando dentro quella tensione.

Hai parlato del fatto di aver trovato una comunità a New York quando eri giovane. La tua idea di comunità è cambiata nel corso degli anni?

Mi considero molto fortunato ad aver fatto coming out in una New York profondamente diversa da quella di oggi. Ho vissuto la mia adolescenza sui moli di New York, dove ho incontrato altri ragazzi queer con storie, esperienze e difficoltà molto simili alle mie. Quella comunità è stata fondamentale. Era un luogo in cui mi sentivo visto e amato, in un periodo in cui ci percepivamo come dei paria agli occhi del mondo, mentre cercavamo di capire chi fossimo diventando adulti.

Negli anni la mia idea di comunità è cambiata. È diventata più raccolta, più radicata nella vita quotidiana.

Oggi io e mio marito stiamo crescendo i nostri due gemelli di quattordici anni, un maschio e una femmina, insieme alle loro due mamme. Siamo due papà e due mamme, tutti genitori a tempo pieno, e viviamo in due appartamenti collegati da una porta interna.

Il senso di comunità che ho trovato da ragazzo a New York continua a essere importante per me, ma oggi la mia comunità coincide soprattutto con la famiglia e con le persone con cui condivido ogni giorno la mia vita.

Alcuni tuoi dipinti sembrano sospesi fuori dal tempo. Ti interessa la nostalgia o la creazione di storie alternative?

Mi piacciono molto i titoli. Amo inventare un universo intorno alle immagini che realizzo. Spesso il titolo rimanda a qualcosa di distante dalla fonte originale e apre un nuovo modo di leggere l’opera.

Per esempio, l’immagine di due persone che si baciano potrebbe intitolarsi 1949 oppure Tradimento, o ancora prendere il nome di una spiaggia dell’Ecuador, creando così un legame ancora più personale con il lavoro.

L’immagine rimane la stessa, ma la storia comincia a spostarsi, ad ampliarsi, lasciando spazio all’ambiguità.

orse è anche per questo che alcuni miei dipinti sembrano sospesi fuori dal tempo. Mi piace che chi li osserva abbia la sensazione di trovarsi davanti a un frammento di una storia più grande: qualcosa di familiare, ma mai del tutto conoscibile.

Qual è la differenza tra dipingere qualcuno che conosci e dipingere qualcuno che conosci soltanto attraverso un’immagine?

Dipingo persone che conosco da diversi anni ed è sempre un’esperienza speciale. La differenza più grande è che tutto accade nel tempo presente: diventa un momento condiviso.

Questo permette di stare insieme, osservare, parlare, e l’intimità nasce in modo naturale. Per questo dipingere qualcuno dal vero è un processo molto più stratificato. Ci sono il movimento, la conversazione, i cambiamenti d’umore, la stanchezza, le distrazioni e il semplice scorrere del tempo.

Un’immagine fissa ti consegna un istante immobile, mentre una persona cambia continuamente davanti ai tuoi occhi. Quello che cerco di cogliere è qualcosa che non sempre può essere visto: una sensazione, uno stato d’animo, qualcosa di interiore, oppure l’energia che si crea tra me e chi posa.

Quando lavoro a partire da un’immagine, spesso invento una storia intorno a essa. Quando invece dipingo una persona dal vero, quella storia sta già prendendo forma davanti a me. Il dipinto diventa la traccia della sua presenza e dell’incontro che abbiamo condiviso durante la sua realizzazione.

Quando oggi guardi il tuo lavoro, cosa pensi che riveli di te che non avevi mai intenzione di mostrare?

Un’opera può rivelare emozioni, desideri, punti di forza e fragilità di cui, mentre la si realizza, non si è ancora pienamente consapevoli.

Credo che un’opera non riuscita trasmetta insicurezza: sembra troppo consapevole di sé, quasi si sforzasse di essere qualcosa invece di limitarsi a esistere.

Un’opera riuscita, invece, può essere libera, spontanea e sicura di sé, oppure estremamente rifinita, controllata e definita. In entrambi i casi, ogni scelta racconta qualcosa dello stato mentale dell’artista in quel preciso momento.

Gli spettatori possono sentirsi più vicini a un approccio piuttosto che a un altro, ma entrambi conservano le tracce di chi sono, dell’artista che li ha creati.

Naturalmente, nel lavoro sono presenti anche i miei desideri e le mie infatuazioni. Le immagini verso cui mi sento attratto, le persone che scelgo di dipingere e le storie che decido di raccontare rivelano inevitabilmente qualcosa di ciò che mi muove.

Riesco a riconoscere queste tracce soltanto anni dopo, quando posso guardare un’opera con il giusto distacco. In questo senso, un dipinto può sapere di te più di quanto tu stesso sappia nel momento in cui lo realizzi.

Molte delle tue figure maschili appaiono insieme in momenti di intimità, desiderio o tenerezza. Ti interessa rappresentare la sessualità in sé o immaginare forme di connessione che alla società concede raramente agli uomini di vivere?

Mi interessa rappresentare sia la sessualità sia il mondo emotivo interiore. Il sesso è stato spesso un tema centrale del mio lavoro e non vedo alcun motivo per separare la sessualità dal resto dell’esperienza umana. Per gran parte della mia vita, il desiderio è stato qualcosa circondato da vergogna, segretezza e giudizio. Per questo rappresentarlo apertamente può assumere, allo stesso tempo, un significato profondamente personale e politico.

Allo stesso tempo, mi interessa mostrare forme di relazione che agli uomini viene meno spesso concesso di vivere. Molte delle figure nei miei dipinti condividono momenti di tenerezza. Si sfiorano, si abbracciano, contemplano i rispettivi corpi ed esistono insieme in modi che possono apparire vulnerabili, ma anche profondamente emancipanti.

Le figure che dipingo sono libere di vivere il piacere, il desiderio, la fantasia e la connessione erotica senza alcun bisogno di giustificarsi. Credo ci sia ancora spazio per immaginare emozioni profonde e complesse all’interno di questi corpi.

Per me quei momenti sono importanti quanto il contenuto erotico stesso. Sono cresciuto cercando immagini che riflettessero i miei desideri e le mie esperienze, ma ne esistevano pochissime. Ancora oggi le rappresentazioni degli uomini sono spesso limitate da aspettative legate alla mascolinità, alla forza e al controllo delle emozioni.

Nel mio lavoro desidero che tutte queste dimensioni possano convivere. Per me la sessualità è raramente separata da ciò che rivela della nostra vita interiore.

Il tuo lavoro rappresenta spesso il desiderio come qualcosa di collettivo anziché privato. Cosa ti interessa dell’intimità condivisa?

Non ne sono del tutto sicuro. In parte credo dipenda dal desiderio di essere quei personaggi, di poter abitare il mondo che occupano.

In quelle immagini percepisco una libertà assoluta, un’assenza totale di inibizioni che trovo irresistibile. Forse rappresentano qualcosa che mi è mancato, oppure qualcosa che continuo a sentire irraggiungibile a causa della paura.

Sono spesso attratto da immagini in cui il desiderio viene mostrato invece di essere nascosto, dove le persone sono connesse tra loro fisicamente ed emotivamente, persino quando quella connessione assume forme contorte o ambigue. A volte quelle scene hanno qualcosa di utopico.

Che siano reali o immaginate mi interessa relativamente. Ciò che conta davvero è quello che rappresentano. Credo che la pittura mi permetta di entrare in quei luoghi e di rimanerci per un po’.